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Alcuni tra i più suggestivi paesi del Parco Nazionale del Cilento
Roscigno Vecchio
Il nome del paese dalla ricostruzione storica deriva da "Russino" che compare in alcuni scritti del 1086 (custoditi presso l'Abbazia territoriale della Santissima
Trinità di Cava de' Tirreni) quando il signore di "Corneto" (Corleto Monforte) donò la chiesa di S. Venere all'abbazia di Cava.Il piccolo borgo di "Russigno" e
"Ruscigni" si può trovare impresso in molti scritti di epoca medievale.Il Comune di Roscigno si divide in due parti: Roscigno Vecchia e Roscigno Nuova. Roscigno
Vecchio, il centro storico, è una frazione completamente disabitata da tempo a causa della presenza di diverse frane. Il centro storico di Roscigno inizia a svuotarsi
intorno all'anno 1902 a causa di due ordinanze del genio civile (la legge speciale n. 301 del 7 luglio 1902 e la legge n. 445 del 9 luglio 1908) che obbligano la
popolazione al trasferimento nell'attuale ubicazione del paese, Roscigno nuova.In Roscigno vecchia attualmente risiede un solo abitante (Giuseppe Spagnuolo) che,
dopo la morte di Dorina, unica vera ultima residente, si è trasferito in una delle vecchie case, trascorre le giornate per le vie deserte del paese dove, talvolta,
giunge qualche turista; il solitario abitante (poco più di 50 anni) ne approfitta allora per fare da cicerone. Nel 2000 il centro storico di Roscigno contava 1
abitante.I primi insediamenti abitativi, che costituirono uno dei primi nuclei abitati di Roscigno Vecchia, si formarono verso la fine dell'anno mille intorno ad un
convento di Benedettini che fu costruito ad un miglio a sud dalla località chiamata "Piano".La formazione dei primi insediamenti abitativi si ebbero per esigenze
logistiche da parte dei pastori, porcari e bovari di Corleto Monforte che stanchi di percorrere tutti i giorni la distanza (circa 4 km) tra l'attuale centro abitato
di Roscigno Vecchia e l'antico centro medievale di Corleto Monforte decisero di costruire degli insediamenti abitativi vicini al convento dei Benedettini e la chiesa
di S. Venere.
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Castellabate
l borgo medievale di Castellabate sorge a 280 metri sul livello del mare a 4 km dalle marine. Al centro medievale si accede da 5 porte: porta "Cavalieri" e porta
"di Mare", dal lato mare; porta "la Chiazza" e porta "Sant'Eustachio" dalle campagne; porta "de li Bovi" dal retroterra (Belvedere). L'accesso principale è dal
"Belvedere di San Costabile" (chiamato anticamente "Vaglio"), una terrazza a picco sul mare con vista panoramica del golfo di Salerno, Capri e Ischia. Il Belvedere
costeggia le mura del castello dove attorno a questo è sviluppato l'abitato medioevale. Il "Castello dell'Abate" fu fondato nel 1123 dall'abate Costabile e completato
dal suo successore Simeone, con lo scopo di proteggere la popolazione locale dedita a fiorenti traffici via mare da eventuali attacchi da parte dei Saraceni. La
fortezza è dotata di mura perimetrali con quattro torri angolari a pianta rotonda e cela all'interno abitazioni, forni, cisterne e magazzini per le provviste. Sono
accessibili i sotterranei, che, secondo alcune leggende, raggiungono con due tunnel le frazioni marine per poter permettere la fuga in caso di invasione del borgo.
La struttura, completamente restaurata, è diventata un punto di riferimento per manifestazioni di tipo sociali, artistiche e culturali.
Piazza 10 ottobre 1123 Gioacchino Murat nel suo viaggio nel meridione ha visitato il borgo: il re francese fu ospite dei conti Perrotti (che conservano intatta la
stanza dove questi riposò), come ricorda la targa a "palazzo Perrotti" (XVII secolo), nel 1811. Il borgo è caratterizzato dall'intreccio delle stradine, dei vicoletti
in pietra viva e degli stretti passaggi al di sotto delle casette comunicanti. Tra queste si collocano la basilica pontificia Santa Maria de Gulia con la sua facciata
cinquecentesca e la sua torre campanaria, il museo d'Arte Sacra e vari palazzi gentilizi risalenti alla prima metà del settecento. Tali palazzi sono stati costruiti ex
novo o sono il risultato dell'ampliamento di dimore preesistenti e appartengono a famiglie originarie del luogo o a famiglie della nobiltà salernitana e napoletana.
I principali sono: "palazzo Matarazzo" (uno dei più grandi e antichi del borgo con i suoi due artistici portali finemente lavorati di origine aragonese e lo stemma di
famiglia dipinto su una volta)[22], "palazzo Antico", "palazzo Jaquinto" (con lo stemma in marmo sul portone d'ingresso), "palazzo Forziati" (nella parte meridionale
del borgo), "palazzo Meriglia" e "palazzo Comenale" (sede della biblioteca e dell'archivio comunale). Il borgo medievale è ricco anche di numerose cappelle gentilizie
sparse fra le strette viuzze. Ma la vera agorà del borgo medievale è la piazza "10 ottobre 1123" (data di fondazione del castello) con vista panoramica sulla valle
dell'Annunziata.Sono state girate a Castellabate le riprese di tre film: Cavalli si nasce (1989), di Sergio Staino, girato presso porto delle Gatte, la "Torretta",
la pineta di Licosa e palazzo Perrotti; Noi credevamo (2009), di Mario Martone ha avuto tra le sue location il porto delle Gatte e il mare di Santa Maria. Le riprese
nella cittadina cilentana sono durate dal 24 al 27 maggio del 2009; Benvenuti al Sud (2010), di Luca Miniero. La pellicola, girata tra il 5 settembre e il 10 ottobre
2009 e ambientata a piazza 10 ottobre 1123, il Belvedere di San Costabile, palazzo Perrotti, la "Torretta", il porto di San Marco, il porto delle Gatte e Marina
Piccola a Santa Maria, ha riscosso un notevole successo di pubblico agendo da volano per la promozione turistica del comune. Al comune sono stati dedicati trasmissioni
televisive[52] e articoli di quotidiani nazional
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Santa Maria di Castellabate
Santa Maria (à Marina in dialetto cilentano) è la frazione più popolosa di Castellabate (4000 abitanti circa), nonché la sua sede comunale, che si estende sulla
costa tirrenica da Lago alla spiaggia del Pozzillo, comprendendo anche la valle di Sant'Andrea. Nel 1767 si hanno le prime notizie su questo villaggio di pescatori,
quando il feudo passò dal marchese di Castellabate Parise Granito al figlio Angelo. Il borgo marinaro si è sviluppato poi intorno al suo centro storico, da cui prendeva
anche il nome di "Isca delle Chitarre". La località era conosciuta anche come "Castellabate marina" o "Castellabate Inferiore". Nel centro storico, a via Pagliarola,
dove si trovano edifici storici, il vecchio forno e la cappella della Confraternita dei Frati Minori, si svolgevano le attività commerciali che riguardavano le merci
(paglia e farina) sbarcate dal porticciolo "u Travierso" o "delle Gatte". Nei pressi si trova il Santuario a tre navate di Santa Maria a Mare ricostruito nel 1836. Di
questa struttura religiosa (denominata Santa Maria “presso il lido del mare”), si ha notizia già nel 1102, quindi risulta antecedente all'insediamento abitativo della frazione e se pur con notevoli trasformazioni è sita nel medesimo posto dove fu edificata inizialmente[87]. Il centro abitato si estende fra due piazze (piazza Matarazzo e piazza Lucia, sede della casa comunale) attraversate dal corso pedonale Andrea Matarazzo, il salotto dello shopping. Lungo il quale si incontra villa Matarazzo (la sede del Museo del Mare), fino ad arrivare all'estremità inferiore dove si trova la Marina Piccola, la spiaggia incastonata nel lungomare Perrotti lunga poco più di 200 metri. Dà il nome al lungomare il palazzo Perrotti che ingloba torre Pagliarola, una torre di avvistamento del XVI secolo che faceva parte del sistema difensivo costiero. Alle spalle di questà si trova il giardino del settecentesco palazzo Belmonte e la spiaggia sabbiosa del Pozzillo che si estende per poco più di un chilometro fino a San Marco. Il paese comprende altre due lungomari (O.Pepi e Bracale) di circa 1,5 km, dove marine di massi e scogli sono intervallate da spiaggette sabbiose formatosi nelle
rientranze della costa. Santa Maria è una località turistica balneare, con una buona ricettiva, specialmente nel periodo estivo. Il turismo rappresenta quindi la
maggiore fonte di reddito per la sua popolazione, nonché la principale attività della frazione marina di Castellabate
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La Certosa di Padula
La Certosa di San Lorenzo, conosciuta anche come Certosa di Padula, è la più grande certosa in Italia, nonché tra le più famose, ed è situata a Padula, nel Vallo
di Diano, in Provincia di Salerno. Nel 1998 è stata dichiarata Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO.La certosa fu fondata da Tommaso Sanseverino nel 1306 sul sito di
un esistente cenobio ed è dedicata a San Lorenzo. La sua struttura richiama l'immagine della graticola sulla quale il santo fu bruciato vivo. La storia dell'edificio
copre un periodo di circa 450 anni.La parte principale della Certosa è in stile Barocco ed occupa una superficie di 51.500 m² sulla quale sono edificate oltre 320
stanze. Il monastero ha il più grande chiostro del mondo (circa 12.000 m²) ed è contornato da 84 colonne. Una grande scala a chiocciola, in marmo bianco, porta alla
grande biblioteca del convento.Secondo la regola certosina che predica il lavoro e la contemplazione, nella Certosa esistono posti diversi per la loro attuazione: il
tranquillo chiostro, la biblioteca con il pavimento ricoperto da mattonelle in ceramica di Vietri sul Mare, la Cappella decorata con preziosi marmi, la grande cucina
dove, la leggenda narra, fu preparata una frittata di 1.000 uova[1] per Carlo V, le grandi cantine con le enormi botti, le lavanderie ed i campi limitrofi dove venivano
coltivati i frutti della terra per il sostentamento dei monaci oltre che per la commercializzazione con l'esterno. I monaci producevano, vino, olio di oliva, frutta ed
ortaggi.Oggi la Certosa ospita il museo archeologico provinciale della Lucania occidentale, che raccoglie una collezione di reperti provenienti dagli scavi delle
necropoli di Sala Consilina e di Padula. Questo museo copre un periodo che va dalla preistoria all'età ellenistica.
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Grotte di Pertosa
Le Grotte di Pertosa (il cui nome ufficiale è Grotte dell'Angelo di Pertosa - sono un complesso di cavità carsiche di rilevanza turistica, situate nel comune di
Pertosa (SA). Il complesso carsico, il cui ingresso è situato nel comune di Pertosa, si sviluppa nel sottosuolo dei vicini comuni di Auletta e Polla, a 263 m s.l.m.,
lungo la riva sinistra del fiume Tanagro.Molto estese tanto che ne risulta difficile una completa mappatura, la sequenza di cavità delle grotte scavano la parte
settentrionale della catena dei monti Alburni e si suppone che la loro genesi ed evoluzione sia addebitabili a fenomeni tettonici ed all'oscillazione del livello di
base della falda idrica il calcare per crescere di un solo centimetro ci vogliono ben 100 anni.Circa l'origine delle acque, nel 1938 il De Paola ipotizzò che
provenissero da un condotto sotterraneo collegato al Tanagro. Oggi è opinione largamente condivisa che le acque che fuoriescono dalle grotte dell'Angelo di Pertosa
siano da collegare con uno o più punti di emergenza della falda freatica presente nel massiccio degli Alburni. Il fiume, chiamato Negro, da a queste grotte una
caratteristica particolare: esse sono infatti le uniche grotte non marine attraversate da un corso d'acqua. le sorgenti pompano circa 600-700 litri di acqua al
secondo.Come evidenziato per primo da Paolo Carucci nella sua monografia "La Grotta preistorica di Pertosa" (Napoli, 1907), esse risultano interessantissime anche dal
punto della paleontologia. I reperti recuperati nel suo atrio dal Carucci che per primo le esplorò con finalità scientifiche tra il 1896 ed il 1898 provano, infatti,
che la cavità fu abitata intorno al bronzo-medio. Per il numero di vasi e vasetti che utilizzati come bolli-latte e utensili tipici di quell'epoca si suppone, inoltre,
che gli abitanti fossero per lo più pastori.essi viveno su palafitte. Questi reperti si trovano oggi nel Museo Preistorico Etnografico di Roma, nel Museo Archeologico
Nazionale di Napoli e nel Museo Provinciale di Salerno.Le grotte di Pertosa hanno un flusso di oltre 100.000 visitatori all'anno in costante crescita. Aperte ai
turisti dal 1932, il primo tratto si visita con una particolare barca trainata da un cavo d'acciaio, che serve a raggiungere il resto del percorso pedonale
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Velia (antica Elea)
Elea fu fondata nella seconda metà del VI secolo a.C., da esuli Focei in fuga dalla Ionia (sulle coste dell'attuale Turchia, nei pressi del golfo di Smirne) per
sfuggire alla pressione militare persiana. La fondazione avvenne a seguito della Battaglia di Alalia, combattuta dai Focei di Alalia contro una coalizione di Etruschi
e Cartaginesi, evento databile a un arco temporale che va dal 541 al 535 a.C.La città fu edificata sulla sommità e sui fianchi di un promontorio, comprato dai Focei
agli Enotri, situato tra Punta Licosa e Palinuro. Il nome Hyele, con cui fu inizialmente chiamata, era lo stesso della sorgente posta alle spalle del promontorio.
Intorno al V secolo a.C., la città era felicemente nota per i floridi rapporti commerciali e la politica governativa. Assunse anche notevole importanza culturale per
la sua famosa tradizione filosofica pre-socratica, detta appunto Scuola eleatica, fondata da Parmenide e portata avanti dal suo allievo Zenone. Nel IV secolo entrò
nella lega delle città impegnate ad arrestare l'avanzata dei Lucani, che avevano già occupato la vicina Poseidonia (Paestum) e minacciavano Elea.Con Roma, invece, Elea
intrattenne ottimi rapporti: fornì navi per le guerre puniche (III-II secolo) e inviò giovani sacerdotesse per il culto a Demetra (Cerere), provenienti dalle famiglie
aristocratiche del posto. Divenne infine luogo di villeggiatura e di cura per aristocratici romani, forse grazie anche alla presenza della scuola medico-filosofica.Nell'88
a.C. Elea fu ascritta alla tribù Romilia, divenendo municipio romano con il nome di Velia (cfr. la scheda a lato, Le diverse forme del nome greco), ma con il diritto
di mantenere la lingua greca e di battere moneta propria. Nella seconda metà del I secolo servì come base navale, prima per Bruto (44 a.C.) e poi per Ottaviano (38 a.C.).
La prosperità della città continuò fino a tutto il I secolo d.C., quando si costruirono numerose ville e piccoli insediamenti, unitamente a nuovi edifici pubblici e
alle thermae, ma il progressivo insabbiamento dei porti e la costruzione, avviata nel 132 a.C., della Via Popilia che collegava Roma con il sud della penisola tagliando
fuori Velia, condussero la città a un progressivo isolamento e impoverimento.Dalla fine dell'età imperiale, gli ultimi abitanti furono costretti a rifugiarsi nella
parte alta dell'Acropoli per sfuggire all'avanzamento di terreno paludoso, e l'insediamento è riportato nei codici con vari nomi, corrispondenti a differenti periodi,
tra cui Castellammare della Bruca. Alla fine del Medioevo, nel 1420, diventò feudo dei Sanseverino che però sarà presto donato alla Real Casa dell'Annunziata di Napoli.
Dal 1669 non è più censito alcun abitante sul posto, e le tracce della città si perdono nelle paludi. Solo nell'Ottocento l'archeologo François Lenormant comprese che
l'importanza storica e culturale del luogo si prestava a interessanti studi e approfondimenti, tuttora in corso, ma va anche rilevato che purtroppo, a causa degli
scavi iniziati nel secolo scorso, l'abitato superstite dall'epoca medievale fino al Seicento fu quasi completamente distrutto.Tra i motivi che fanno di Velia un
patrimonio dell'umanità va sicuramente menzionata la scuola eleatica, una scuola filosofica che ha potuto vantare, fra i suoi esponenti, Parmenide, Zenone di Elea e
Melisso di Samo. Senofane di Colofone è stato a lungo considerato un filosofo della tradizione eleatica per la scelta stilistica di scrivere in versi: la critica
dell'antropomorfismo religioso e dei valori della classe aristocratica sono invece chiari esempi della sua impostazione ionica (la stessa Colofone è, infatti, nella
Ionia).
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